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Si potrebbe dire che l’era del digitale è appena iniziata tanto che ancora non è stata compresa effettivamente la sua natura specifica, neppure dalle aziende. Quella natura capace cioè di generare un nuovo e proprio modello di business – dal prodotto al servizio, in sintesi – assolutamente sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale.  Anche perché la sostenibilità, in prospettiva, si dà solo in una visione olistica dell’economia.

Sono questi due dei concetti chiave sviluppati ieri a Udine, durante l’Animaimpresa day, da Fabiano Benedetti di beantech, Stefano Rosa Uliana di Calligaris, Gianluca Tesolin di Bofrost, Roberto Siagri, già fondatore di Eurotech, e Vito Rotondi, amministratore delegato del Gruppo internazionale Mep, Macchine elettroniche piegatrici di Reana del Rojale. 

«Se il digitale continuerà a essere pensato come una forma di amplificazione del modello produttivo industriale, accadrà proprio ciò che si paventa: perdita di posti di lavoro, squilibrio sociale, problemi legati al reperimento delle materie prime. È certo che dentro il modello di sviluppo della produzione industriale, non riusciamo a risolvere il problema della sostenibilità», ha avvertito Siagri, autore del volume freschissimo di stampa «Servitizzazione. Dal prodotto al servizio per un futuro sostenibile senza limiti alla crescita», edizioni Guerini. 

«Il digitale ci salverà – ha proseguito -, ma dobbiamo usarlo in maniera completamente diversa dal passato, creando un nuovo modo di produzione, quello della produzione digitale, capace di cambiare completamente l’uso dei beni: non si comprano, ma si prendono in uso. L’automotive sarà il banco di prova di questa rivoluzione». Il passaggio dal prodotto al servizio, «che si può fare solo grazie al digitale consente di togliere tutti i limiti alla crescita che si sono visti nel modello industriale». 

Perché la trasformazione avvenga, sono necessari alcune condizioni, in parte già in atto. «Deve scomparire l’idea di possesso, e la generazione dei Millennial è già su questa strada, perché sono più disposti a usare che a possedere – ha considerato Siagri -; deve esserci un’affermazione della società dell’accesso, in cui cioè i beni sono facilmente e largamente accessibili. Se oggi si possono pagare 30 euro due ore d’aereo – ha esemplificato Siagri -, non potrà non essere possibile pagare un’auto 3 euro al giorno». Non da ultimo, «occorre anche una nuova generazione di imprenditori». 

L’homo faber destinato a scomparire, dunque?. «Per nulla», ha argomentato nel suo intervento Rotondi alla guida di un’industria manifatturiera di levatura internazionale e in costante evoluzione. «Tuttavia, il digitale è e sarà indispensabile per la dimensione gestionale delle aziende, per la digitalizzazione dei processi, per creare valore aggiunto al prodotto». Si pensi, ha esemplificato calando nel manifatturiero la produzione digitale, «ai servizi di customizzazione e all’assistenza da remoto garantita dall’Iot». Secondo Rotondi, da tempo sostenitore della necessità di un «nuovo umanesimo» per continuare a mantenere in equilibrio sviluppo e benessere ambientale e sociale, il digitale sarà l’antidoto per cambiare il mondo in meglio «se l’economia assume una visione olistica e l’idea della circolarità della sostenibilità economica, sociale e ambientale diventa diffusa». In questa prospettiva, ha sottolineato Rotondi, «gioca un ruolo fondamentale la conformità alle regole, non interpretate come elementi esogeni alla convivenza e alle attività umane». È in questa prospettiva che, ha concluso, «cultura, istituzioni e business possono trovare il punto di equilibrio».