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Nomadland’: il titolo di un film che può riassumere il nostro essere di ora, dopo quasi due anni di pandemia. Si dice che i film sono lo specchio di un determinato periodo storico. Nomadland va all’essenziale. Come la sua protagonista (nella vita sceneggiata e in quella vera): Fern (Frances McDormand), sessantenne americana che si trova improvvisamente senza marito e senza lavoro. Lascia Empire (Nevada) dove vive e parte. Così decide che la vita deve comunque andare avanti. Ma come? Nel modo in cui forse tutti noi, un giorno nella vita, ci siamo chiesti: facendo quello che davvero sentiamo e vogliamo fare nel profondo. Non si sa se per necessità o per volontà, Fern parte con il suo furgone, allestito come una casa viaggiante, negli spazi sterminati e dove la natura è prorompente, come solo e forse negli Stati Uniti. Lavori stagionali, dei più umili, tanta solidarietà e umanità vissute negli incontri che la protagonista fa, di gente come lei. Senza un tetto sulla testa. Senza una casa. ‘Ma sto bene’: replica lei. Rifiuta l’amore della sorella, rifiuta un amore, per stare sola, per continuare il suo cammino anche con chi non c’è più. Tanto lo rincontrerà sulla strada. Tutti ci rincontreremo sulla strada, che ci porta dove? Al nostro destino. Basta avere il coraggio di intraprenderla ed andare fino in fondo, fin dove quella strada porta. Non ci sono colpi di scena nel film. La trama basata moltissimo sulla fotografia, sui dialoghi asciutti, sulle espressioni di Fern che lascia trapelare tranquillamente la sua solitudine, il suo dolore, la sua imperfezione, la sua paura, la sua ricerca, la sua inquietudine. Si vive anche un intercalare di noia, angoscia, e poi serenità. La morte, il freddo, avvampano nel film, la voluttà del denaro, il senso della vita anche nei dolori più biechi. E poi, una colonna sonora incredibile, il pianoforte di Ludovico Einaudi. Nelle sale dal 29 aprile. Regia di Chloè Zhao. Premi: tre Oscar, miglior film, attrice e regista.